Gaetano Scirea, “un leader col saio del frate”

Gaetano Scirea, “un leader col saio del frate”

3 Settembre 2019

TORINO – Al primo allenamento juventino lo accompagnò il fratello Paolo. “Girammo tre volte attorno allo stadio: un po’ perché non trovavamo l’entrata, non c’eravamo mai stati, un po’ perché non trovavamo il coraggio: tutti quei campioni…” Per i primi mesi Gai abitò a casa di Luciano Spinosi, oggi secondo di Eriksson alla Lazio: “Avevo un appartamento in via Induno molto grande, così Boniperti mi affidava qualche ragazzo. Ero tra i più anziani. Tornavo a casa di sera, lo trovavo davanti alla tv, lui usciva poco, gli cambiavo canale e non diceva niente… Restò 3-4 mesi da me. All’inizio quasi non parlava, poi si aprì. Ho il ricordo di discorsi bellissimi tra noi. Ragazzo splendido. Inutile dire quanto fosse grande in campo. Vedeva il calcio, sarebbe diventato un grande allenatore, uno alla Eriksson: educato, ma duro se serve”. “Un leader col saio del frate”, disse una volta Trapattoni, che martedì scorso a Cinisello, inaugurando il Memorial Scirea, lo ha ricordato “come un figlio”. Come un figlio lo considera anche Enzo Bearzot: “Lo prego ogni sera”. Per Zoff, Gai, all’ inizio, è stato un fratello minore da proteggere, diceva a tutti: “Lasciatelo stare, se dovete parlargli, dite a me”, poi nel tempo è diventato il migliore amico in cui specchiarsi: stessi silenzi, stessi valori, stessa famiglia con un figlio maschio. Dieci anni fa, nel momento più toccante della cerimonia funebre, nella chiesa di Morsasco, Marco Zoff tenne un braccio sulla spalla di Riccardo, che aveva 12 anni: era il passaggio di un’amicizia eterna dai padri ai figli. Gaetano confessò: “Quando la Juve mi propose di fare il secondo di Dino, la notte dopo non chiusi occhio per la gioia, come nel ’74, quando mi annunciarono il passaggio dall’Atalanta”. Lavorare ancora per la sua Juve, col suo amico Dino: il massimo. Ma Gai non chiuse occhio neppure la sera prima della maturità che diede a 34 anni, all’Istituto magistrale di “Regina Margherita” di via Bidone. Riservava le stesse emozioni e lo stesso impegno per il calcio e per la vita; spianava gradini e piedistalli: era la sua grandezza. Altra prova: il primo scudetto del ’75. Festeggiò in discoteca con la squadra fino all’alba, rientrò e pensò di comprare i giornali, ma l’edicola davanti a casa era vicina alla fermata dell’autobus che portava gli operai in Fiat. “Mi vergognavo di farmi vedere vestito da sera alle 6 di mattina da gente che andava a lavorare”. Pensò ai genitori, operai della Pirelli e lasciò perdere i giornali che esaltavano la Juve. Alle 8 del 19-6-87, Gaetano Scirea si presentò al “Regina Margherita”, accompagnato dalla moglie Mariella, per la prova scritta d’Italiano. Consegnò per ultimo, dopo le 6 ore concesse. “Meglio rileggere bene, più di una volta”, spiegò alla fine. Scelse di commentare una frase di Norberto Bobbio: “Cultura significa misura, ponderatezza, circospezione”. “Quella frase sembrava scritta per ritrarre Scirea – ricorda da San Giusto Canavese, Carlo De Marchi, all’epoca preside del “Regina Margherita” -. Conquistò la commissione con il suo buonsenso, ma soprattutto ci impressionò la sua umiltà durante la preparazione. Veniva a prendere lezioni private 3 volte a settimana, due ore ogni sera: voleva meritarsi quel diploma, non averlo di diritto, per il nome”. Con lo stesso puntiglio usato nel tema, avrebbe steso la relazione sul Gornik Zabrze per Zoff, anche se sospettava che quel secondo viaggio in Polonia sarebbe servito a poco. Lo confessò al ristorante “Da Mauro” di via Maria Vittoria, la sera prima di partire per la Polonia: “Però mi dicono di andare e io vado”. Mauro Giusti, il titolare, indica un tavolino accanto alla cassa, sotto una foto di Scirea incorniciata al muro: “Era seduto lì. Quando veniva con la moglie e i coniugi Zoff, tutti i venerdì , si sedevano invece nel primo tavolo a sinistra della sala in fondo. Quella sera Gaetano era da solo, si fermò più del solito, parlammo a lungo, di case in particolare, di investimenti fatti pensando al futuro”. Parentesi. Scirea comprò un bell’appartamento a Torino. Lo aveva fatto stimare: era stato offerto a un prezzo inferiore al valore, il proprietario, in difficoltà, doveva realizzare. Dopo il rogito, Gaetano si sentì in dovere di staccare un assegno di 20 milioni. Chi ci ha raccontato l’episodio, era presente. Chiusa parentesi. “Da 10 anni – conclude il signor Mauro -, davanti a questo tavolino, penso: qui mangiava una persona eccezionale, due sere dopo non c’era più “. Quel 3 settembre dell’89 la Juve dilagò a Verona (4-1), il pullman riportava a Torino un carico di allegria. Zoff si stupì di trovare dei cronisti all’arrivo, di notte. “Mister, non lo sa ancora?”. Morini scoppiò a piangere. Dino sussurrò “Dio Cristo”, si allontanò di qualche passo nel buio e tirò un calcio tremendo al pullman sociale, cioè al destino infame.

Tratto da un’articolo di La Gazzetta dello Sport del 3 settembre 1999.

#LuigiGarlando

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